La nebbia e il mare



Pasquale Cacopardi


Dicono che sia monotono il mare d'inverno, Il mare che si muove eternamente, E guardano la nebbia che grava la pianura. Dicono che da ' tanta ricchezza la pianura e il mare non lo sanno quanta richezza da ', ma l'una e l'altro a lavorare sodo. E chi lo dice ha mani senza calli e, come me, sa fumar sigarette. Dicono cosi 'perche' sanno i filari di vino allegro, le barbabietole, la medica ed il mais. Non sanno il profondo del mare come attira Quando si aggrappato al parapetto di una nave.

E quando son lontani, ripensano la nebbia.

Al di la' della nebbia, di cieli stretti sopra strade anguste, con porte piccole vicine a gran portoni che dicono potere ereditato, lontano, lontanissimo io vedo Il mare. E spiagge. E vele. Bagnati pescatori all'alba livida, che imprecan la vita e la guardia di finanza, perche' non han pescato E stanno li', vicino alla barca ed alle reti.

Lo vedo anche di notte, senza luna, Che e' nero e non si vede, ma si sente Il battere dell'onda, che cambia tempo E poi riprende, E lo vedo al mattino, placido, incolore, deserto, sterminato, e il sole che nasce lo insanguina Come la sera, che sembra l'abbandoni. E invece no, perche' se vado all'orizzonte, Il sole e' la', che risplende il mare. Ma c ' e ' la nebbia e il vino rosso, Che non sono il mare.

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