J. Meicklejohn docente di lingue romanze all'Università di Glasgow, nel 1959 diede alle stanpe per i suoi studenti e per gli studiosi il saggio intitolato «Profilittu ‘e limba sarda» che tradotto in italiano significa «piccolo profilo della lingua sarda».
Ques'opera di poche pagine, sintetizzava le caratteristiche principali della parlata isolana e attribuiva alla sua marcata «latinatà» una sorta di promato, fra le lingue sorelle, nella conservazione del Latino parlato nell'Antica Roma. Il libello evidenziava inoltre la sopravvivenza nel Sardo di alcuni termini preromani ed anche precananei attribuibili alla Sardegna preistorica. Così come il giudeo-spagnolo anche il sardo contiene al suo interno termini di disparate provenienze ma la ricerca etimologica, soffocata dalle circostanze storiche, non ha trovato spazio sufficiente sino agli albori del XX secolo.
La «conservatività» del sardo, soprattutto di quello parlato nelle zone più interne dell'isola venne compresa e profondamente studiata soprattutto dal bavarese Max Leopold Wagner, il linguista che più di tutti ha contribuito al progresso degli studi sul sardo e che è tuttora considerato il Maestro della linguistica sarda.
Nato il 17 Settembre 1880 a Monaco di Baviera e morto a Washington il 14 Luglio 1962, Wagner fù non solo insigne romanista, ma anche grande conoscitore e ascuto indagatore delle condzioni linguistiche e culturali di tutta l'area mediterranea nelle sue varie componenti : romanza, greca, turca ed araba.
Eccelse pure nella indagazione delle lingue furbesche, di cui fù uno dei massimi esperti del suo tempo. La sua ricerca, svolta in quasi sessant'anni di attività scientifica in varie direzioni, tuttavia ha avuto nel sardo il campo prediletto e dalla sua miriade di scritti dipende buona di cio che oggi sappiamo intorno a questa lingua. La sua insofferenza nei confronti delle costruzioni linguistiche artificiose e delle etimologie fatte sui libri lo condusse a far proprio il motto di Goethe «ein Blick ins Buch und zwei ins Leben».
Allorchè risiedeva in Turchia arrivò in una notte buia e piovosa alla stazione di Adrianopoli, città ubicata alla riva sinistra della Marizza, ove intendeva svolgere alcune inchieste presso la colonia di Ebrei sefardi che viveva colà.
Sceso dal treno, affidò la sua valigia a un facchino che si era offerto di accompagnarlo in una locanda vicina. Appena fuori
dalla stazione l'iluminazione cessava e il portabagli disse in turco :
- Efendi, buradà cok batàk war – ( Efendi, qui ci sono molte paludi).
- Come –osservò Wagner, incredulo – avete paludi nella stazione ?
- Si – risposte quello – e tra poco le vedrai-.
Fatti alcuni passi il linguista udì uno strano tonfo, e quando con molta fatica riusci a rischiarare le tenebre della notte con un fiammifero, vide il suo bagaglio galleggiare in un pantano, mentre il facchino era abbondantemente immerso nell'acqua.
Wagner tirò in secco la valigia ed aiutò l'uomo a venire fuori dalla palude. Questi allora lo apostrofò trionfante, dicendogli : - non avevo ragione, Efendi ? – Io non sono un batakci, qui ci sono effettivamente batàk -.
Quel turco incolto, che andava cosi fiero del suo gioco di parole, mostrava di avere coscienza del fatto che la voce batakci = imbroglione, mariuolo, deriva per tracrizione da batak = palude, e doveva designare in origine propriamente « uno che sguazza nella palude, che pesca nel torbido». Cosi Wagner predilesse tutto ciò che è popolare ed autoctono e da ciò deriva sicuramente il suo interesse per le aree periferiche e scarsamente influenzate dalla cultura moderna come quella sarda, giudeo-sagnola e, infine, ispano-americana.
Un paio di termini avvicinano secondo il Wagner il sardo al giudeo-spanolo. Una tipologia di dolci, spesso rotondi come un uovo, sono chiamati in sardo Gweffus de Faldikera che il linguista avvicina, nella sua opera Beitraege zur Kenntnis des Judenspanischen von Costantinopel, al giudeo-spangolo Aldikera. Così egli nota la simiglianza, circa le travi che sostengono le pietre negli edifici, fra il sardo Sintsyas (= gengive) e il giudeo-spangnolo Sinsia, nel libro Judenspan. Von Konstantinopel.
Jan Pietro Zara