A teatro l'antisemitismo e la tragedia della storia umana.

 

Il teatro mostra al pubblico eventi verosimili, credibili, passati, tragici.

 

In “Se tutti i danesi fossero ebrei” di Evgenij A. Evtushenko, rappresentato per la prima volta in Italia a Cassino, dal Centro Universitario Teatrale, grazie all’interessamento del poeta Francesco De Napoli, amico di Evtushenko, la traduzione di Evelina Pascucci e la regia di Giorgio Mennoia, si portano sulla scena due vicende tra loro lontane nel tempo e nei particolari, ma accomunate da quell’innata follia di certi uomini che, purtroppo, irrompono nella storia, tutti legati, nelle loro differenze, da un interminabile filo di odio e terrore.

 

Sembra quasi un disegno maligno che percorre il mondo, un’inestricabile e insana ragnatela fatta di incubi e di patimenti.

 

Evtushenko, già autore di “Bobij Yar”, un meraviglioso poema contro l’antisemitismo e che Francesco De Napoli ha giustamente definito “l’erede designato e riconosciuto – nell’inarrestabile fluire della millenaria tradizione letteraria russa - di quell’insuperabile patrimonio di insegnamenti e di valori che va da Puškin a Tolstoj, da Majakovskij a Pasternak”, ripropone la disgrazia di due donne tra loro distanti e apparentemente differenti.

 

La storia della principessa danese Leonora Cristina, imprigionata in una “Torre Azzurra” nel XVII secolo, e la sciagura di un’altra ragazza, con lo stesso nome, ebrea, che quattrocento anni dopo è vittima di quell’orrendo universo nazifascista che macchiava di sangue l’Europa.

 

In questi due personaggi, Evtushenko riassume non solo l’infausta vita di due ragazze (la prima realmente esistita, la seconda frutto della fantasia dell’autore), ma proietta in un mondo più grande la tragicità dell’Olocausto, della Shoah, installandolo in un’ottica fatale e inesorabilmente luttuosa della storia umana.

 

Come un insolubile e insano gioco di morte, le sciagure per l’uomo si reiterano in un progetto che nessuno riuscirà mai a spiegarsi.

 

“No, io non credo che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare” canta Francesco Guccini in “Auschwitz” e pare quasi la sintesi dell’atroce condizione dell’esistenza in cui il genere umano sembra è imprigionato.

 

I drammi, le catastrofi, i tormenti si ripetono sulla Terra, con una ciclicità che ha in sé la novità, nelle tecniche, nei metodi, nelle cause, nei fini, ma un’ingenita crudeltà che neanche sei milioni di vittime innocenti sono riuscite ad abbattere.

Matteo Miele

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