A Nene,
Coccinella, Parparit, Maria,
Wikiewalter, Nino, Guerriero, Lilith,
Boris.
Agli amici
di chatebraica.
Ai miei fratelli nella diaspora e in
Israele.
“
Consolate, Consolate il mio popolo”
(Is
40,1)
Dalet.
Plumbeo il cielo immoto nel dolore.
Attraverso i campi, ove ora alberi
svettano muti, emerge appena
il
sentiero. Birkenau,
in fondo
ecco ciò che resta di milioni
di lamenti. Il gruppetto avanza
silenzioso, a testa china, ognuno
si sente in colpa. In fondo, la fornace
che vomitava fumo e fiamme
infernali si fa sempre più grande.
Noi attraversiamo la memoria,
ed entriamo nella zona di tutti
e di
nessuno. Il
silenzio è tale
che avverti il battito, forte, accelerato
del tuo
cuore. L’erba
immota copre
la terra. In un angolo del sentiero,
oltre la svolta, Hashem, seduto, piange.
E’ un piccolo Giobbe, ma non ha
chi lo incalzi. Qui, ogni cosa è
stata
invertita, prima d’ora non conoscevo
le lacrime di Elhoim. Noi proseguiamo,
fino alla soglia del tempo e della
morte.
Guardo
a destra e a sinistra:
volti di rabbi con occhi sognanti,
madri disperate e inebetite,
uomini senza più volto. Dai ghetti
d’Occidente, dagli sperduti shtetl
d’Oriente, dalle città dell’Europa
la schiera degli assimilati avanza.
Ognuno mi attraversa, tutti
mi passano dentro, lasciano nel
mio cuore la loro ultima parola,
mi consegnano il loro grido
sconnesso,
il loro silenzio ingoiato a forza
di pugni e la loro dignità
umiliata. Hashem li ha abbandonati:
perché?
E loro vanno senza sapere più
perché.
L’ascensore di fumo e fuoco
li attende. Il mio stomaco è
diventato come la pietra, ho
i brividi in tutto il
corpo; la rugiada
mi scivola dagli occhi e scorre
sul mio volto di sasso. Non riesco
ancora a sciogliere questo nodo alla
gola.
Eppure anche noi abbiamo camminato,
in loro e con loro , prima e dopo di
loro.
Ai resti dei forni, taccio muto.
Nel verde del prato sono una lapide
di marmo nero tra le altre,
la mia mano meccanicamente posa
un sasso piccolo e bianco
sulla lapide che mi sta di fronte.
Il cielo è ancora plumbeo qui;
ma, all’orizzonte cielo e terra
non si toccano più.
He.
La fila di turisti attraversa
i cancelli, in fondo
svetta il muro Occidentale.
La notte è piena di stelle,
l’aria tiepida profuma di primavera.
Al centro dello spiazzo
un gruppo di reclute
si prepara al giuramento.
Ascoltando il rabbi i loro
occhi guardano lontano.
Noi avanziamo diluendoci
tra la gente. Qualcuno mi rifila
una kippah di cartone quando
supero lo steccato.
Abbraccio le pietre un per una,
le bacio come se non le vedessi
da
tanto tempo. Immerso
nel silenzio, recito lo shemah.
Prima di giungervi la guida
ci aveva portato su di una
collina per vederla dall’alto.
Nel buio della notte sembrava
un forziere pieno di gemme
luccicanti.
Mentre noi la guardavamo incantati,
lei intonava il canto:
“Yerushalaim shel Zaav”
Ora mi sento una di queste pietre,
sono diventato le parole
delle preghiere tra gli interstizi.
Questa sera, Gerusalemme,
città della pace.