Negli ultimi tre anni l'assurda guerra nella vicina ex Jugoslavia ci mostrato atroci immagini di cio che puo la follia umana. Con innarrestabile violenza si è continuato a ditruggere città, uccidere senza pietà, sconvolgere frontiere, deufradando intere popolzioni della loro identità e origini e annientandone la cultura e la storia.
Ma è anche una guerra che ci tocca da vicino, quella dell'ex Jugoslavia, non solo per le poche centinaia di chilometri che ci separano ma soprattutto perché ha distrutto cio che era rimasto a testimonianza dell'ebraismo sefaradita della regione. Prima la follia nazista, che ha sterminato quasi il 90 % delle popolazioni ebraiche jugoslave e ora l'attuale follia che ne distrugge la menoria storica - antiche sinagoghe, cimiteri, luoghi ebraici, biblioteche sono state spazzate via per sempre - hanno definitivamente messo fine a una pagina di storia densa di cultura e di tradizioni.
Una della più fiorenti comunità sefardite era Serayevo. Secondo i documenti della « sidjila », protocolli ufficiali di corte, conservati nella Biblioteca di Vakif di Serayevo molti profughi spagnoli ebrei vi trovarono asilo dopo la cacciate dalla Spagna di Isabella la Cattolica.
Già verso il 1565 vi erano 15 famiglie ebraiche e il numero dei profughi ando man mano aumentando fino a contare più di 1770 persone nel 1700.
Gli ebrei trovarono a Serayevo ampia autonomia religiosa e ben presto ottennero il diritto di lavorare nel comercio e nei più svariati mestieri e professioni fino ad accedere alle più alte cariche governative.
Per la loro vasta conoscenza delle lingue straniere diventarono insostituibili diplomatici inviati in tutto il mondo, traduttori e interpreti, ma non solo, anche stampatori di libri e di giornali in giudeo-spagnolo. Verso il 1581 iniziarono la costruzione del primo Tempio e di un Asilo per i poveri.
Col tempo e con il continuo flusso di profughi fu necessario costruire un secondo Tempio e anche in molte case private esistevano luoghi di preghiera. Gli ebrei sefarditi possedevano speciali statuti chiamati « Takanot », inizialmente scritti a mano che risalgono al 1662 e che nel corso dei secoli non persero mai il loro carattere democratico ed attuale. Verso il 1630 fu costruito il cimitero grazie al Rabbino Samuele Baruch che molto fece presso le autorità locali finché ottenne l'autorizzazione per affittare il terreno a questo scopo. Situato sul pendio del monte Trebevic, sulla sponda sinistra del fiume Miljacka, questo cimitero presentava della tombe dallo stile del tutto particolare, formate da un unico blocco di pietra a forma di tronco, chiamate « masevot ».
La maggior parte degli ebrei di Serayevo viveva sulla sponda destra del fiume Miljacka, nei dintorni del Grande Tempio in armonia con il resto della popolazione musulmana e cristiana. Abitavano in casalte un piano, al massimo due, come quelle che avevano dovuto abbandonare forzatamente in Spagna e che ne rievocavano lo stile architettonico, con giardini e patii pieni di fiori e colori. Per secoli gli ebrei sefarditit mantennero le stesse abitudini di vita, le stesse tradizioni e usanze, cantarono le stesse melodie.
A proposito di musica c'è una antica leggenda, tramandata attraversrso i secoli, che parla di Rabbi David Habilio di Serayevo, che gli ebrei chiamavano Sarai Debosnia.
Rabbi David era dotato di una voce stupenda. Cantava in sinagoga durante le funzioni religiose, ma cantava anche melodie sensuali e canti d'amore che si libravano leggere nell'aria e raggiungevano il cielo dove - dice la leggenda - gli angeli si riunivano per ascoltarlo. Quando il governatore turco venne a sapere di Rabbi David e della sua bellissima voce fu preso da una terribile invidia perché nessun muezzin era bravo come lui. Cosi lo obbligo a convertirsi all'islamismo e cantare nella Moschea, minacciandolo di morte se si fosse rifiutato. Quando arrivava Venerdi Rabbi David, con una grande pena nel cuore, cantava nella Moschea ma subito dopo, seguito da ebrei fedeli, si arrampicava sulla cima del minareto e li cantava con passione la struggente melodia del « Leha Dodi » e si univa spiritualmente al Signore mentre gli angeli del cielo piangevano di commozione.
Sempre a Serayevo esisteva una tradizione davvero particolare : quella del « kortar mortaja », cioè del « taglio del sudario » che aveva luogo quando una persona raggiungeva una certa età e desiderava sistemare in tempo ogni aspetto pratico ed economico del suo trapasso. Per sudario va inteso il vestito nel quale veniva avvolto il corpo del morto prima di essere interrato. Anche se è difficile immaginarlo va subito detto che la cerimonia si svolgeva nella più grande gioia ed allegria generale, propria come se si trattasse di un giorno di nozze.
Non è esagerato il paragone : le testimonianze orali insistomo nell'affermare che questa tradizione era vissuta a cuore allegro alla presenza di amici, parenti, vicini di casa. La persona in questione si sdraiava su un grande telo di lino bianco, le donne gli prendevano le misure e dopo la prima sforbiciata si gettavano confetti sul tessuto tagliato. Si dava quindi l'avvio al pranzo tra canti e allegria generale, infine si ultimava la confezione del sudario cucendolo a punti larghi. Sebbene le usanze del taglio del sudario variassero da comunità a comunità, esse avevano in comune lo stesso atteggiamento sereno nelle accettare l'idea della morte, considerandola una tappa obbligatoria e liberatoria per accedere alla vita eterna.
Lliane Treves Alcalay